Sei segreti

“Dai salite! Si sta bene quassù”, gridava Andy dalla pineta, con la luna che illuminava solo la maglia bianca con le maniche strappate. Maty trascinava a fatica i piedi sulla sabbia e lo zaino penzolante lasciava un solco dietro di lei.
“Che palle, ma non potevamo sbronzarci al paese come fanno tutti?”, dissi.
“Dai, Cate, è l’ultima sera, è bello se stiamo solo tra noi!”
“Appunto, tra noi, perché hanno invitato quello?”
“Maddai! È una settimana che ci passa porzioni doppie, ci sta che lo salutiamo prima di partire, no?”
Non avevo voglia di estranei tra i piedi. Era l’ultima sera insieme, poi chissà se ci sarebbero state altre occasioni così. A ognuno la sua strada, a ognuno le sue cose. Comunque è vero, Gordias ci aveva presi in simpatia. Il primo giorno sbattevamo i coltelli sui piatti perché avevamo ancora fame, ma dal giorno dopo non c’erano stati problemi. E a colazione, quando c’era lui, nessuno ci faceva storie, ci intascavamo panini e frutta a volontà. Strategie di gruppo per un’indimenticabile vacanza low cost.

In pineta erano già tutti attorno al fuoco. Il Pietro aveva tirato fuori l’ukulele, Andy e Seba erano presissimi dai soliti discorsi sul miglior fumo, da grandi intenditori. Ste cercava di convincere Gordias a votare per Tsipras alle prossime elezioni.
“E basta Ste! Ma tu solo di politica sai parlare!? Lascialo in pace!”
“Ma io, contento. Io bello parlare politica. Io nonno partigiano Italia”
Oh, mamma, un altro. Ma possibile che per tutta la vacanza non si potesse parlare d’altro che di canne, politica e imprese eroiche degli ultimi cinque anni al Pertini?
“Dai, facciamo qualcosa tutti insieme, è l’ultima sera! Già ci avete lasciate indietro come al solito!”
“Io proporre gioco”, disse Gordias. “Voi scuola, voi amici. Amici sempre avere segreti”. Alla parola segreti, anche l’ukulele del Pietro si zittì. “Voi dire segreti a me, io scrivere. E ogni segreto noi bere e ridere.”
“Dai, io ci sto!” Andy, solito cazzone, accettò senza nemmeno aver capito di cosa si stesse parlando.
“No, calma, io voglio sapere in dettaglio le regole e le implicazioni. No, perché va bene dire un segreto, ma io non voglio che le mie cose private vadano messe in piazza.”
“Eddai, Ste, cazzo! Ti serve un regolamento anche per pisciare! Io ci sto!” Disse Seba, che, al solito, si accodava ad Andy in ogni cosa.
“Non si può bere e basta? Uff, ragazzi, niente, io sto qua e vi suono la colonna sonora: ok?”
“Ma no! Dai Pietro, per una volta stai con noi!” Dissi guardando Pietro con aria scocciata.
“Uff..”
“Ok, anche il Pietro è convinto! Quindi si fa! Dai Maty, tira fuori carta e penna!” dissi a Maty, che già cercava di far luce sullo zaino accanto a lei, col fuoco ormai quasi spento.
Gordias si allontanò dalla pineta e andò a sedersi su uno scoglio, illuminato a intermittenza dalla luce del faro. Il primo fu Andy che ci salutò barcollando e facendo zig zag tra i gruppi di ragazzi in spiaggia, solo per farci ridere un po’. Il secondo Seba, la cui ombra sulla sabbia era la più lunga e fina che avessi mai visto. Ste andò per ultimo, doveva riflettere su come formulare il suo pensiero. Maty si avviò verso Gordias con in mano un panino avanzato da Seba il giorno prima e recuperato dal fondo del suo zaino. Quando andò anche Pietro ci dovemmo tutti voltare, odiava essere guardato di spalle, chissà perché, poi. Quando venne il mio turno mi alzai sorridendo, ma in realtà ero un po’ triste. Stringevo forte tra le dita la F della mia catenina porta-fortuna: il mio segreto non faceva per niente ridere.

 -Ho visto Barletti baciare la Pesci nel bagno rossa del Pertini-bis
– Ho cambiato città perché suo padre è scappato con la migliore amica di mia madre e non potevamo più permettere di abitare a Milano
– Ho rubato i trecento euri del fondo gita al quarto
– Mi sono innamorato di Caterina dal primo giorno in cui l’ho vista entrare in classe con la treccia, il ciuffo blu e la calza sinistra rota
– Ogni notte mi sveglia e svuoto il frigo. Poi vomito tutto.
– Ho votato la Citta come rappresentante istituto.

“Dai Gordias, dimmi chi!”.
“No, Caterina, io non potere dire. Gioco segreti, no gioco verità”
“Uffa! Maty aiutami! Non me lo vuole dire!” Frignavo biascicando.
“Eddai, Cate, lascialo stare, è ora di andare e tanto non te lo dice!” mi disse Maty prendendomi per il braccio. Provai ad alzarmi ma le gambe non reggevano. Maty si venne a sedere sullo scalino dell’hotel. C’eravamo fermati per l’ultima birra, quella di troppo. Mise un braccio dietro la mia schiena e si rialzò a fatica, sorreggendo anche me. “Dai, ti porto io. Gli altri sono già in camera da un’ora!” disse rivolta a me. Poi salutò velocemente Gordias: “Ora noi andiamo, il traghetto parte tra 6 ore e dobbiamo ancora fare le valigie. Alla prossima!”. Io ero già quasi addormentata sulla sua spalla.

“Ma secondo te chi è stato?”
“Non lo so Cate, non ne ho idea!”, rispose Maty spostandosi i capelli dal viso. Eravamo sedute a poppa, con la schiena appoggiata agli zaini, io in costume, lei con la maglia lunga a coprire i fianchi. Divorava un Twix.
Mi sono innamorato di Caterina dal primo giorno in cui l’ho vista entrare in classe con la treccia, il ciuffo blu e la calza sinistra rota. Guardavo e riguardavo quel foglio da ore, ma non riuscivo a costruire una teoria che stesse in piedi.
“No, Maty, tu mi devi aiutare!”
“Ma come posso aiutarti? Dovremmo capire di chi sono tutti i segreti… è impossibile!”
“Wow! Che idea pazzesca! Faremo proprio così!” urlai, alzandomi in piedi di scatto.
Maty scosse la testa scoraggiata. Guardandomi dal basso, raccolse il libro che avevo fatto cadere, presa dall’eccitazione per quel nuovo obiettivo.
“Senti, intanto escludiamo il mio e il tuo, così poi ne restano solo quattro!”, dissi, con le mani appoggiate ai fianchi. “Ma tu non potevi dirmi di questo tuo problema? Occorreva dirlo davanti a tutti? Che poi come pensavi non capissimo che si trattava di te?”. Muovevo il dito parlando, come una maestrina.
Maty mi guardò a bocca aperta, non sapeva cosa rispondere. Forse avevo esagerato.
“Comunque anche la Giordy aveva lo stesso problema” dissi, pensando di riparare “sua zia l’ha portata in una clinica per due settimane, d’estate, e ha smesso. Se vuoi ci informiamo”.
“Beh, sí, ma io…” provò a dire Maty.
“Senti, quando torniamo mia madre non c’è, deve andare a Milano dal nonno a fare non so cosa. Sta via quattro settimane e tu puoi stare da me. Controllerò io che tu non svuoti il frigo!” dissi, convinta di aver avuto un’idea geniale. La seconda nel giro di dieci minuti. Eravamo proprio una coppia fantastica io e Maty.
“Dobbiamo avere un piano. Lo chiameremo “quattro segreti in quattro settimane!”, Maty appoggiò il viso sulle gambe rannicchiate. Si era arresa.
Ero già pronta a definire i dettagli del nostro piano quando Andy venne a chiamarci per una partita a carte con un tipo umbro che aveva incontrato sul ponte della nave. Il discorso si interruppe lì, per il momento, ma io ormai avevo un piano, anzi due: svelare i quattro segreti e ad aiutare la mia amica.

L’umbro dava le carte. Dopo di lui era il mio turno. Quando si trattava di carte o di qualsiasi cosa per cui mi sembrasse utile una botta di fortuna, infilavo la mano nella tasca dei jeans alla ricerca della mia F rosa. Non c’era. Mi alzai mandando all’aria tutte le carte. Rigirai la tasca sinistra e, solo per sicurezza, anche la destra. Non c’era.
“Stai tranquilla, l’avrai lasciata nello zaino”, Maty anticipò di un secondo la mia crisi isterica. L’anticipò, ma non la fermò.
“No! Non la tolgo mai! Ieri avevo questi jeans! Non è possibile, l’ho persa, non è possibile.” Piangevo e urlavo.
L’umbro e Andy mi guardavano e non capivano. Maty si alzò e mi abbracciò: “Stai calma, vedrai che la troviamo”.
“Ma come fai a dirmi di stare calma? L’ho persa! L’ho persa!”.
“Cos’hai perso?” provò l’umbro.
Non risposi. Lo guardai negli occhi e corsi verso poppa, verso lo zaino. L’unica speranza era che fosse lì.
Rovesciai vestiti, costumi e ciabatte sul pavimento della nave. Il lucidalabbra rosa rotolò fino ai sandali di una tipa seduta sette file più in là.
Ero a terra, sommersa dalla mia roba e piangevo. La sagoma di Maty oscurava il sole. Si sedette vicino a me e mi abbracciò di nuovo. “Dai, ne compreremo una uguale”. “Non è la stessa cosa, Maty, io voglio quella! Ne ho bisogno!” e continuai a piangere quasi fino alla fine del viaggio.

— Fine Capitolo 1 —

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