Bisogna saper perdere…

Ho partecipato ad un contest letterario e non ho vinto. Succede. Dato un incipit, bisognava completare il raccontino con massimo 3600 caratteri. Il mio raccontino mi piace parecchio, quindi ve lo propongo. Vi allego anche il pdf dei racconti vincitori.
Buona lettura!

Incipit
Mi parve chiaro fin da subito il modo in cui quell’ameba di Gentilini aveva disposto le carte. Non gli era riuscito di farmi licenziare, perché quando sei un incapace la voce tende a girare, e sale su, come l’aria calda, infiltrandosi ai piani alti e facendoti perdere finanche quel briciolo di potere che chissà come hai conquistato. Così adesso si cimentava nel piano B, spedendomi dritto in un posto che a occhio e croce somigliava al culo del mondo. Non fu neanche tanto l’estetica, quella teoria di palazzine smorte, a darmi un’idea precisa della situazione in cui ero; fu piuttosto la risposta che mi diede un vecchio, quando gli domandai dove potessi comprare le sigarette.
“Giorgio ha la febbre”, mi disse.
“Che?!”
“Giorgio, il tabaccaio, ha la febbre.”
Grazie alla febbre di Giorgio non avrei fumato per quattro giorni.

Tornai alla pensione, senza cicche e col morale a terra. Adele, la proprietaria-cameriera, mi accolse con il sorriso a cui mi ero già abituato: rossetto scarlatto su denti ingialliti. Le sue ciglia finissime e i capelli di un rosso troppo acceso non smettevano di attrarre la mia attenzione. Lei era per me il simbolo di questo posto in culo al mondo: doveva aver avuto un’età dell’oro ma ora rimanevano soltanto i segni del tempo.
“Ho riordinato la tua stanza, mio caro”, mi disse con la confidenza di chi vuole ingraziarsi un cliente che probabilmente rimarrà l’unico per un bel po’.
“G-grazie” risposi salendo le scale strette.
Senza sigarette, avevo più tempo per l’altra cosa che mi dava lo stesso piacere: la fotografia. Ogni volta che mi fosse venuta voglia di fumare, sarei uscito a fare qualche scatto con la mia reflex, anche se, senza una cicca tra le labbra, non sarebbe stata la stessa cosa.
Avevo quattro giorni per guardarmi intorno.
Salii in camera, preso dal primo istinto di fumare, aprii il cassetto in alto a destra del trumò, ma la mia reflex non c’era più.
Corsi giù dalle scale da Adele, che stava servendo un bicchiere di rosso ad un cliente. Riconobbi il vecchio che poco prima mi aveva parlato del tabaccaio Giorgio e della sue febbre.
“Ma- manca la m-mia macchina! ”
“Quale macchina, mio caro, sei venuto in treno. ”
“La m-mia macc-macchina fotografica. ”
Maledetta balbuzie. Sotto stress non riuscivo ancora a controllarla.
“Non ho visto nessuna macchina! Ti ho riordinato le ciabatte, spento il computer e svuotato le tasche della giacca, ma non ho visto nessuna macchina. ”
“Era ne-nel trumò. ”
“Io il trumò non l’ho toccato. Prova a guardare bene, mio caro. ”
Niente, la rossa non mi era d’aiuto. Non mi venne nemmeno il dubbio che fosse stata lei, cosa se ne sarebbe fatta di una reflex? Ma soprattutto, perché crearsi guai con l’unico cliente dell’anno? E come se non bastasse, non credeva nemmeno al furto: doveva essere una cosa inconcepibile in questo paese statico, in cui anche la pioggia sembrava essere una costante, che un evento non routinario potesse smuovere le cose.
“Vieni con me, giovanotto. ”
I miei pensieri vennero interrotti dal vecchio al bancone, che bevendo il suo rosso aveva sentito tutta la conversazione.
Mi spinse fuori dalla pensione segnandomi la via col bastone.
“Senti, costava tanto quella refes?”
“Re-reflex”, puntualizzai.
“Vabbé, quella roba lì. Costava tanto?”
“Beh, s-sí. Ma p-poi me l’aveva co-comprata la mi-mia fidanzata”
“Ascolta il mio consiglio, ragazzo: fai finta di niente e ricompratela. Sappiamo tutti perché sei venuto qui. I soldi li hai. Ricompratela.”
Aprii la bocca per fare altre domande, ma già mi voltava le spalle e vedevo solo l’ombra del suo bastone allungarsi.
Ero infastidito dalla sua invadenza e anche dalle cure indiscrete di Adele. Decisi di non seguire il consiglio del vecchio e mi incamminai verso la stazione dei carabinieri. Non fu semplice trovarla. Mi persi tra quattro vie perfettamente identiche, senza nemmeno un albero a farmi compagnia.
“Sa-salve, de-devo de-denunciare un f-furto”
“Salve Signor Martini, parla della sua Canon EOS 100D?”
“S-sí, ma lei come fa a sa-sapere il m-mio nome? E co-come fa a sa-sapere de-della m-mia macchina?”
Mi sudavano le mani.
“Noi qui sappiamo tutto di tutti”.
Rispose il carabiniere senza aggiungere altro.
In quel momento mi tornarono in mente le parole dell’ameba Gentilini: “Ti metterò nella merda”.
Questo non era il paese grigio che pensavo. Gentilini non era l’idiota che pensavo.
Aveva vinto lui.

Vincitori

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5 pensieri su “Bisogna saper perdere…

  1. Mi ricorda tanto un racconto, non ricordo se di Stephen King o di Emily Dickinson, in cui il protagonista si trova in un paese dove viene accolto con grandi onori e gli viene prospettato di essere l’ospite d’onore alla festa che sta per iniziare, e alla fine si scopre che gli abitanti sono tutti cannibali… 😉 Brava, bello!

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