Bob

Pavimento lucido, muri bianchi. Quattro luci a led fredde, due a destra e due a sinistra. La stanza è vuota, nemmeno un mobile. All’interno 13 persone, tutte vestite di bianco. Al centro della stanza c’è lui, Bob Sisi. Alla sua destra due ragazze e due ragazzi, alla sua sinistra due ragazzi e due ragazze. Tutti di 25 anni, in piedi. Le ragazze hanno i capelli raccolti, i ragazzi hanno la testa e il volto rasati. Quattro guardie sono immobili agli angoli della stanza, con le braccia lungo i fianchi. Di fronte a Bob due porte. Tutto è silenzio.
D’improvviso, un urlo. La ragazza numero 3 rompe lo schema. Si dimena, si agita, corre, urla, si strappa il vestito bianco, si scaglia contro la porta di sinistra, batte i pugni. Tutti gli altri rimangono immobili, tutti tranne Bob. Bob alza il sopracciglio destro e poi il sinistro. La guardia all’angolo di fronte va verso la ragazza, così fa quella all’altro angolo. La prendono, senza troppa fatica. In pochi secondi entrano nella porta a sinistra. Nello stesso istante, dalla porta a destra, esce un’altra ragazza, vestita di bianco, di 25 anni con i capelli a coda di cavallo. È accompagnata da altre due guardie vestite di bianco, spostata di peso e messa al posto che prima era della ragazza numero 3. Nel medesimo momento, alle spalle di Bob scendono due schermi, uno a destra, uno a sinistra. Lui non si volta.
Gli schermi si accendono, si vede la ragazza numero 3, la prima. È distesa su un letto di marmo, ha le gambe e le braccia immobilizzate da un nastro bianco. Il letto forma una x a cui lei aderisce alla perfezione. Le due guardie prendono dalla tasca dell’altro nastro bianco: legano le dita della ragazza, ad una ad una, le fanno aderire al marmo. Lei sta lì, a mani aperte, gambe aperte, braccia aperte. È immobile, come dormisse, ma ha gli occhi spalancati. La guardia alla sua destra e quella alla sua sinistra estraggono due piccole seghe elettriche da due mobiletti identici, ai due lati del letto. Le accendono, nella stanza rimbalza un suono metallico. Iniziano a tagliarle le dita delle mani. Partono dai pollici e poi proseguono, lentamente, verso l’indice, il medio, poi l’anulare. Al mignolo gli occhi della ragazza si chiudono. E solo allora i due scendono. Le passano le seghe elettriche sopra le gambe, le lame metalliche girano veloci, ma non la toccano. I due arrivano ai piedi, sollevano con le dita gli alluci e fanno scorrere piano le lame. Il sangue schizza verso i loro camici bianchi, gli schermi si spengono, scompaiono, nella sala c’è di nuovo il silenzio.
Il ragazzo numero 2 si piega lentamente su se stesso, inizia a piangere. Mette le mani sulla testa, tira capelli che non ha. Urla. Bob fa un segno con la mano destra e uno con la mano sinistra alle guardie alle sue spalle. Queste si avvicinano al ragazzo numero 2.

 
Be-beep be-beep be-beep.
 

Sono le 05.05, come ogni mattina suona la sveglia e come ogni mattina Bob apre gli occhi un po’ irritato. Sono sei notti che fa lo stesso sogno e sei notti che s’interrompe sul più bello. Non vede l’ora che torni il sonno per capire finalmente cosa succede al ragazzo numero 2.
Bob si alza dal letto, scende alla sua sinistra, ma va a prendere le ciabatte che, come ogni sera, ha lasciato dall’altra parte. Indossa un pigiama a righe e va dalla camera al bagno, passando per la sala e accendendo la televisione. Sa che uscirà dalla doccia giusto in tempo per il TG delle 05.30. Infatti, con ancora indosso l’accappatoio a quadri, guarda le notizie, si prepara il caffè con un cucchiaino e tre quarti di zucchero e dispone di fronte a sé otto biscotti, in due file da quattro.
Tutto procede come sempre. Alle 06.06 è pronto a uscire. Ripone le ciabatte blu sul ripiano in alto della scarpiera, il numero 8, e prende le scarpe nere al ripiano numero 3, oggi è mercoledì. Apre la porta e, come ogni mattina, dà uno sguardo al suo giardino appena prima di spegnere la luce sul portone di casa. La mano si ferma un attimo prima di toccare l’interruttore.
Quello che vede non è ciò che è abituato a vedere.
La stradina dritta fino al cancello è sempre la stessa, con la fila di rocce di tufo grigie ai lati. Anche le due aiuole in cui ha piantato quattro rose bianche sono le stesse. I due gelsi sono sempre lì. Solo che uno dei due è diverso dall’altro.
Al gelso di sinistra è appeso un uomo, un uomo morto. Anzi, più precisamente, un uomo morto impiccato.
Bob si infastidisce non poco per la presenza di quell’uomo nel suo giardino. È qualcosa che non aveva previsto e, cosa ancor peggiore, è qualcosa che di prima mattina rovina la simmetria del suo mondo perfetto. A malincuore si avvicina all’albero per capire un po’ meglio di cosa si tratti. Si tratta di Jean-Paul, il suo vicino francese. Gli è sempre risultato irritante, con quell’accento irregolare. Oggi proprio lo detesta. Bob è parecchio spazientito, questo contrattempo non ci voleva. Il suo occhio sinistro sta iniziando a chiudersi e aprirsi a gran velocità, in maniera preoccupante, non gli succedeva da anni di essere così agitato. Ci vuole una soluzione e ci vuole subito.
Per fortuna Bob è stato abituato sin da piccolo a riportare l’ordine nelle cose, sin da quando le sue sorelle giocavano al dottore e a lui veniva dato il ruolo dell’inserviente che puliva la sala operatoria. Quindi se la cava al meglio anche in questo caso, trova subito la soluzione migliore per riportare l’equilibrio. Il suo occhio sinistro smette di ballare.
Bob va in garage, prende un metro e una sedia. Si avvicina all’albero di sinistra, dove pende immobile Jean-Paul e misura la corda che parte dal suo collo fino al ramo più basso dell’albero:
1, 37 metri. “Che misura insulsa” pensa. Per facilitarsi il lavoro lascia lì la sedia, ma la spinge all’indietro, così che lo schienale si appoggi sull’erba bagnata dalla rugiada del mattino.
Poi torna al garage e ne esce con un’altra sedia, ovviamente identica alla prima. Apre il portoncino di casa e si assicura di spegnere la luce, non c’è nulla che lo infastidisca più della luce accesa quando ormai è l’alba. E l’alba è già arrivata. Manca poco a che passino i primi lavoratori e che i bambini del vicinato si sveglino, ma è ancora in tempo. Bob si avvicina all’albero alla sua destra, con un occhio a Jean-Paul che, per fortuna, sta sempre lì immobile sul ramo più basso dell’albero alla sua sinistra. Mette la sedia sotto il gelso, si lega la corda intorno al collo. Poi la lega al ramo, stando attento che misuri 1,37 metri. “Che misura insulsa” pensa di nuovo.
Quello è il suo ultimo pensiero prima di dare con i piedi un colpetto alla sedia su cui si appoggia. La sedia scivola all’indietro sul prato coperto di rugiada.

 

 

Racconto pubblicato nel numero 2 della rivista Con.tempo, titolo del n.2: “Simmetrie”
Immagine: Cosmin Bumbut, Romania, tra i vincitori del 2015 Sony World Photography Awards

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