Al pupo ci pensa papà

I papà italiani sono i meno collaborativi tra i padri europei e trascorrono solo 38 minuti al giorno con i figli. Questo succede sia per il poco tempo a disposizione da dedicare alla famiglia, sia perché in Italia si tende a pensare che il ruolo di cura dei figli debba essere quasi totalmente a carico delle donne.

Una visione diversa è possibile: prevede una divisione più equilibrata dei ruoli e una maggiore presenza dei papà.

Uno studio condotto dal centro ricerche inglese SIRC (Social Research – Social Trends Analysis) rivela che i papà italiani dedicano ai figli soltanto 38 minuti al giorno, mentre le mamme 4 ore e 45 minuti. I maschi italiani sono gli ultimi in Europa per tempo passato con i figli. Le spiegazioni sono molte: i papà italiani sono più vecchi degli altri, in media il primo figlio arriva quando il papà ha 35 anni (Istat) ed è molto coinvolto nella carriera lavorativa. Continua, poi, ad esserci una cultura scarsamente orientata alla parità di genere all’interno della famiglia secondo cui è la donna e madre a dover gestire il lavoro domestico e di cura. Uno studio americano del 2003, prova a spostare la prospettiva e discute le condizioni per una divisione equa tra madre e padre di attività di cura dei figli e lavoro retribuito. Janet C. Gornick e Marcia K. Meyers, docenti americane, si chiedono in quale modo potrebbero cambiare le cose: cosa potrebbe spingere i papà a passare più tempo con i figli? Le due autrici propongono una società in cui uomini e donne si dividano sia il ruolo di cura sia quello di lavoratori, definendola “dual-earner-dual-carer”. La chiave per raggiungere la parità di genere sarebbe, secondo alcune teorie riprese dalle due americane, rendere i modelli di vita attuali delle donne la norma e indurre gli uomini a diventare più simili a come sono già ora la maggior parte delle madri, che riescono a combinare lavoro di cura e lavoro retribuito. Ad oggi, infatti, mancano gli incentivi affinché siano gli uomini a prendersi anche solo parzialmente la responsabilità di cura dei figli. Spesso le madri sono costrette a ritirarsi dal mercato del lavoro per compensare l’assenza di strutture di assistenza alla prima infanzia garantite dallo stato i cui posti sono limitati, i costi eccessivi e la qualità non sempre ottimale.

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Anche in Italia, seppure le coppie spesso ricorrano all’aiuto dei nonni, succede frequentemente che siano proprio le mamme ad abbandonare il lavoro retribuito quando arrivano i figli. Affinché anche il papà contribuisca alla cura dei figli, non dovrebbe essere solo la mamma a lasciare il lavoro, bensì sarebbe necessario che entrambi i genitori combinino una riduzione temporanea delle ore di lavoro alla possibilità di usufruire di strutture statali per la cura della prima infanzia (asili nido) di alta qualità e accessibili. Il lavoro delle madri e dei padri nel primo anno di vita del figlio dovrebbe, ad esempio essere di 20-25 ore la settimana a testa e non sbilanciato a favore dei padri come è oggi. Perché questo sia possibile, è però necessario che si verifichino tre condizioni: la prima è una trasformazione radicale nelle relazioni di genere, in cui la donna non venga vista come la detentrice esclusiva del lavoro di cura e l’uomo come il capofamiglia, la seconda è una modifica sostanziale dei tempi di lavoro dei padri, che più di quelli delle madri non coincidono con il modello proposto, la terza, è un contribuito sostanziale da parte dello Stato affinché questa nuova divisione dei ruoli avvenga senza sacrifici economici.

Sostenere questi cambiamenti significa contribuire alla parità dei diritti e delle responsabilità di padri e madri, e andare verso un impegno comune per il benessere dei bambini. Perché questo sia possibile i tre passi fondamentali sono: la possibilità di ricorrere ad un congedo familiare equamente distribuito tra madri e padri, una riduzione e riallocazione delle ore di lavoro, ed, infine, il sostegno economico e la presenza di strutture per l’assistenza ai bambini nei primi anni di vita che siano sostenibili e di ottima qualità. Ma se anche queste condizioni si realizzassero, si chiedono le autrici, i padri, deciderebbero di dividersi equamente i ruoli o le dinamiche rimarrebbero le stesse di oggi?

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Secondo la ricerca Sirc citata a inizio articolo, l’87% delle mamme italiane riconosce che il partner è più coinvolto nella gestione dei figli rispetto a quanto lo fosse il padre quando erano bambine. Da questo all’eguaglianza il passo è, però, ancora lungo. Gornick e Meyers citano due teorie sociologiche secondo cui una modifica della distribuzione dei ruoli è difficile, se non impossibile. La prima prospettiva, essenzialista, definisce la propensione delle donne al lavoro di cura come intrinseca alla loro natura, e se non immutabile, sicuramente molto tenace. Le donne (alcune, non tutte) tendono a non voler investire nel loro capitale umano (l’istruzione), ma a scegliere invece un posto di lavoro senza troppe responsabilità, da lasciare o comunque accantonare alla nascita di un figlio. Altra prospettiva che va in una direzione simile è quella della specializzazione, secondo cui le differenze di genere nei ruoli di lavoro e familiari riflettono il processo decisionale congiunto e razionale di uomini e donne: alle donne il compito dei lavori di cura, agli uomini il dovere di mantenere economicamente la famiglia. Entrambe le prospettive sottintendono che alla base ci siano delle preferenze intrinseche e non determinate, invece, dal contesto sociale e che, al mutare del contesto sociale stesso, queste preferenze non possano cambiare. Un piccolo segno di cambiamento si vede, invece, anche in Italia. Secondo i dati ISTAT sull’uso del tempo, i padri con alto livello di istruzione in Italia dedicano più tempo ai figli, un tempo paragonabile a quello dei padri dei paesi in cui, tradizionalmente, essi sono più presenti nella cura dei figli. Questo, ovviamente, non significa arrivare alla parità, ma è un primo segnale di cambiamento, cambiamento che, secondo Gornick e Meyers, sarebbe possibile se padri e madri interiorizzassero una nuova visione dei figli, come bene pubblico. Ovvero se anche i padri capissero che investire tempo nella cura e nella crescita dei figli significa creare, da una parte le condizioni per una società con meno disuguaglianze di genere, dall’altra crescere figli che interiorizzino da subito un modello di divisione dei ruoli meno tradizionale.

Precedentemente pubblicato nella rubrica CLIC del sito http://www.imprendinews.com

 

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