News and updates

  • Participation at the SPP1646 Colloquium in Florence. Programme here. Florence, May 23 – 24.
  • Participation at the ISTAT conference: “La violenza sulle donne: i dati e gli strumenti per la conoscenza statistica.” (Violence against women: data and instruments for statistic knowledge): programme here. Rome, March, 28th.
  • Glad to organize StaTalk, a one-day workshops on statistical topics,  together with Valentina Tocchioni (Università di Firenze): programme here. Firenze, February 7th.
  • Country expert for Germany in the EIGE project “Gender-related challenges in European education systems – EIGE/2016/OPER/08”, organized by IRS (Istituto per la Ricerca Sociale), Bologna: since October 2016

25 Novembre: Giornata contro la violenza sulle donne

Un paio di anni fa, dopo aver assistito ad un incontro organizzato a Firenze per La giornata contro la violenza sulle donne, scrissi un articolo per il giornale online guesswhat.it. L’articolo finiva con una riflessione sulla mancata presenza degli uomini tra relatori e pubblico. Sabato parteciperò ad un’altra conferenza sul tema (Firenze, Oblate ore 17.30). Spero questa volta gli uomini mi sapranno stupire partecipando numerosi … io ne porterò due!

Ecco l’articolo pubblicato su GuessWhat.

25 Novembre, una giornata speciale

Il 25 Novembre 1960 le sorelle Mirabal, tre dominicane oppositrici del regime dittatoriale di Rafael Leónidas Trujillo, vengono uccise mentre si recano in carcere a far visita ai loro mariti. L’auto sulla quale viaggiavano viene bloccata da agenti del Servizio di informazione militare e le tre donne e l’autista vengono condotti in un luogo isolato, una piantagione di canna da zucchero, e uccisi a bastonate. I loro corpi, rimessi nel veicolo sul quale viaggiavano, vengono fatti precipitare per un dirupo per simulare un incidente.

In ricordo dell’assassinio delle sorelle Mirabal, il 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite designa il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

Recentemente in Italia si parla molto di femminicidio, che è forse la massima espressione della violenza contro le donne.

Con il termine femminicidio si indica non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte” (Devoto-Oli 2009). Più in generale, nella stampa e nei mezzi di comunicazione, con il termine femminicidio, ci si riferisce all’omicidio in cui esiste un legame affettivo tra vittima e carnefice. Secondo i dati dell’Eures, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2012, sono state uccise oltre 2.220 donne, con una media di 171 all’anno. Di questi il 70,7% (ovvero 1.570 casi) sono avvenuti, per l’appunto, nell’ambito familiare o di relazioni affettive. Fino ad ora sono 128 le morti per femminicidio nel 2013. I dati Eures parlano di un fenomeno trasversale in quanto a età, area geografica e religione di vittima e omicida. ll responsabile della violenza è nel 48% dei casi il marito, nel 12% il convivente nel 23% l’ex partner. Nel 61% dei casi l’omicida ha tra i 35 e i 54 anni, il 46% ha la licenza media superiore e il 19% la laurea.

Per affrontare il fenomeno, sono stati avviati, negli ultimi anni, progetti, campagne e manifestazioni di sensibilizzazione istituzionali e non. Il 10 Settembre 2013 il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul, i cui obiettivi sono: proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica; contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi; predisporre un quadro globale, di politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica; promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica e, infine,  sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica.

Stamattina ho preso parte all’incontro “Tra i mille volti della violenza” organizzato dal Comune di Firenze con le associazioni che maggiormente si occupano del tema nel capoluogo toscano (tra cui ricordo Artemisia e Cospe). Al dibattito hanno partecipato, oltre alle rappresentati delle istituzioni, 9 esperti del tema. Tra questi esperti, solo uno era un uomo: Paolo Pratesi, Dirigente del 118 che ha ricordato il servizio Triage Rosa antiviolenza. La Senatrice Rosa Maria Di Giorgi (PD), intervenuta al dibattito, si è rivolta agli studenti maschi in sala, ponendo l’accento sulla necessità della loro partecipazione affinché avvenga il cambiamento culturale di cui l’Italia necessita al fine di modificare i rapporti di genere verso una società maggiormente equa. Enrico Berlinguer, 35 anni fa, parafrasando Marx, diceva: “Non può essere libero l’uomo che opprime una donna”. È proprio su questo cambio di prospettiva e sulla necessità di una rivoluzione culturale che veda al centro gli uomini, prima ancora che le donne, che vorrei invitare tutti a riflettere, oggi, 25 Novembre, e sempre.

 

 

In ricordo di Valeria Solesin

Intervento del Senatore Gianpiero Dalla Zuanna nell’Aula del Senato lunedì 16 novembre 2015, in ricordo di Valeria Solesin.

L’Italia, il Veneto e la città di Venezia si stringono attorno alla famiglia, al fidanzato e agli amici di Valeria Solesin. Tutti noi parlamentari – nel prendere le difficili decisioni per combattere con efficacia la fabbrica del terrore – dovremo avere sempre in mente anche il suo sacrificio.

La piccola comunità dei demografi italiani è sconvolta dalla perdita di una giovane studiosa che ha già dato interessanti contributi di ricerca, mostrando un equilibrio non comune e una sorprendente maturità di giudizio. Personalmente – anche se purtroppo non ho fatto in tempo a conoscerla – mi sono rivisto nella vicenda umana e professionale di Valeria. Dottorando di demografia, alla sua età partecipavo ai miei primi seminari e convegni a Parigi, allora come ora fra i maggiori centri europei per gli studi di popolazione. Così come hanno fatto tanti demografi italiani di questi ultimi decenni.

Per me è facile comprendere come mai Valeria, giovane sociologa con laurea triennale a Trento e intensamente impegnata fin da adolescente in attività di volontariato, si è dedicata a questo campo di studi, frequentando prima la laurea magistrale e poi il dottorato alla Sorbona. La demografia affratella i popoli perché ne scopre continuamente le somiglianze proprio nelle vicende fondamentali della vita come fare famiglia, mettere al mondo i figli, migrare, morire, riscoprendo di continuo l’unità di fondo della famiglia umana.

Valeria non era un cervello in fuga. Era una giovane cittadina italiana ed europea che aveva scelto la Francia per dedicare la sua attività di studiosa alle cose che più la interessavano. Valeria confronta la condizione femminile in Francia e in Italia, mettendo in luce le profonde differenze nel mercato del lavoro, nel welfare, nel milieu culturale, ma sottolineando anche alcune importanti affinità. Voglio darle voce in quest’Aula, leggendo le conclusioni di un articolo da lai pubblicato sulla rivista Neodemos un paio di anni fa, appena ventiseienne: “In un contesto europeo in cui si promuove l’occupazione femminile, non si possono ignorare le conseguenze dell’arrivo dei figli sull’attività professionale delle donne. Se da un lato, infatti, l’Italia fatica a raggiungere l’obiettivo, sancito dal trattato di Lisbona, di un’occupazione femminile al 60%, si nota che anche in Francia, paese assai più performante, l’occupazione delle donne è ancora sensibile all’età e al numero di figli presenti nel nucleo famigliare. È per questo motivo che appare auspicabile una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e professionali fra le donne e gli uomini di entrambi i paesi”.

Ci mancherai Valeria. Mancherai prima di tutto alla tua famiglia, al tuo fidanzato, ai tuoi amici e ai tuoi colleghi. Ma come ha detto tua madre con parole veramente sublimi, mancherai anche al tuo Paese. La nostra passione, il nostro impegno e il nostro lavoro siano degne del tuo sacrificio.

Genitori e figli

Ultimo articolo prima della pausa estiva.
Si parla di genitori che aiutano i figli.
Soprendentemente l’Italia risulta tra i paesi in cui la probabilità che i genitori aiutino economicamente i figli è molto bassa.
Stupiti?
In realtà c’è una spiegazione…
http://www.imprendinews.com/2015/07/29/clic-genitori-che-aiutano-i-figli/

Il ruolo di istruzione, classe sociale e status socio-economico dei genitori

Tra i vari progetti a cui collaboro, ce n’è uno che mi regala belle soddisfazioni lavorative e la gran fortuna di visitare Oxford una volta all’anno.
L’obiettivo del progetto è capire se istruzione, classe sociale e status socieconomico dei genitori hanno un ruolo separato e indipendente nel definire il titolo di studio dei figli.
Ne parlo qui:

http://www.imprendinews.com/2015/07/15/clic-livello-di-istruzione-dei-figli-il-ruolo-di-istruzione-classe-sociale-e-status-socio-economico-dei-genitori/

oxford

La foto è mia, di pessima qualità perchè scattata dal telefonino, ma un bellissimo ricordo dell’ultimo viaggio ad Oxford.

Bob

Pavimento lucido, muri bianchi. Quattro luci a led fredde, due a destra e due a sinistra. La stanza è vuota, nemmeno un mobile. All’interno 13 persone, tutte vestite di bianco. Al centro della stanza c’è lui, Bob Sisi. Alla sua destra due ragazze e due ragazzi, alla sua sinistra due ragazzi e due ragazze. Tutti di 25 anni, in piedi. Le ragazze hanno i capelli raccolti, i ragazzi hanno la testa e il volto rasati. Quattro guardie sono immobili agli angoli della stanza, con le braccia lungo i fianchi. Di fronte a Bob due porte. Tutto è silenzio.
D’improvviso, un urlo. La ragazza numero 3 rompe lo schema. Si dimena, si agita, corre, urla, si strappa il vestito bianco, si scaglia contro la porta di sinistra, batte i pugni. Tutti gli altri rimangono immobili, tutti tranne Bob. Bob alza il sopracciglio destro e poi il sinistro. La guardia all’angolo di fronte va verso la ragazza, così fa quella all’altro angolo. La prendono, senza troppa fatica. In pochi secondi entrano nella porta a sinistra. Nello stesso istante, dalla porta a destra, esce un’altra ragazza, vestita di bianco, di 25 anni con i capelli a coda di cavallo. È accompagnata da altre due guardie vestite di bianco, spostata di peso e messa al posto che prima era della ragazza numero 3. Nel medesimo momento, alle spalle di Bob scendono due schermi, uno a destra, uno a sinistra. Lui non si volta.
Gli schermi si accendono, si vede la ragazza numero 3, la prima. È distesa su un letto di marmo, ha le gambe e le braccia immobilizzate da un nastro bianco. Il letto forma una x a cui lei aderisce alla perfezione. Le due guardie prendono dalla tasca dell’altro nastro bianco: legano le dita della ragazza, ad una ad una, le fanno aderire al marmo. Lei sta lì, a mani aperte, gambe aperte, braccia aperte. È immobile, come dormisse, ma ha gli occhi spalancati. La guardia alla sua destra e quella alla sua sinistra estraggono due piccole seghe elettriche da due mobiletti identici, ai due lati del letto. Le accendono, nella stanza rimbalza un suono metallico. Iniziano a tagliarle le dita delle mani. Partono dai pollici e poi proseguono, lentamente, verso l’indice, il medio, poi l’anulare. Al mignolo gli occhi della ragazza si chiudono. E solo allora i due scendono. Le passano le seghe elettriche sopra le gambe, le lame metalliche girano veloci, ma non la toccano. I due arrivano ai piedi, sollevano con le dita gli alluci e fanno scorrere piano le lame. Il sangue schizza verso i loro camici bianchi, gli schermi si spengono, scompaiono, nella sala c’è di nuovo il silenzio.
Il ragazzo numero 2 si piega lentamente su se stesso, inizia a piangere. Mette le mani sulla testa, tira capelli che non ha. Urla. Bob fa un segno con la mano destra e uno con la mano sinistra alle guardie alle sue spalle. Queste si avvicinano al ragazzo numero 2.

 
Be-beep be-beep be-beep.
 

Sono le 05.05, come ogni mattina suona la sveglia e come ogni mattina Bob apre gli occhi un po’ irritato. Sono sei notti che fa lo stesso sogno e sei notti che s’interrompe sul più bello. Non vede l’ora che torni il sonno per capire finalmente cosa succede al ragazzo numero 2.
Bob si alza dal letto, scende alla sua sinistra, ma va a prendere le ciabatte che, come ogni sera, ha lasciato dall’altra parte. Indossa un pigiama a righe e va dalla camera al bagno, passando per la sala e accendendo la televisione. Sa che uscirà dalla doccia giusto in tempo per il TG delle 05.30. Infatti, con ancora indosso l’accappatoio a quadri, guarda le notizie, si prepara il caffè con un cucchiaino e tre quarti di zucchero e dispone di fronte a sé otto biscotti, in due file da quattro.
Tutto procede come sempre. Alle 06.06 è pronto a uscire. Ripone le ciabatte blu sul ripiano in alto della scarpiera, il numero 8, e prende le scarpe nere al ripiano numero 3, oggi è mercoledì. Apre la porta e, come ogni mattina, dà uno sguardo al suo giardino appena prima di spegnere la luce sul portone di casa. La mano si ferma un attimo prima di toccare l’interruttore.
Quello che vede non è ciò che è abituato a vedere.
La stradina dritta fino al cancello è sempre la stessa, con la fila di rocce di tufo grigie ai lati. Anche le due aiuole in cui ha piantato quattro rose bianche sono le stesse. I due gelsi sono sempre lì. Solo che uno dei due è diverso dall’altro.
Al gelso di sinistra è appeso un uomo, un uomo morto. Anzi, più precisamente, un uomo morto impiccato.
Bob si infastidisce non poco per la presenza di quell’uomo nel suo giardino. È qualcosa che non aveva previsto e, cosa ancor peggiore, è qualcosa che di prima mattina rovina la simmetria del suo mondo perfetto. A malincuore si avvicina all’albero per capire un po’ meglio di cosa si tratti. Si tratta di Jean-Paul, il suo vicino francese. Gli è sempre risultato irritante, con quell’accento irregolare. Oggi proprio lo detesta. Bob è parecchio spazientito, questo contrattempo non ci voleva. Il suo occhio sinistro sta iniziando a chiudersi e aprirsi a gran velocità, in maniera preoccupante, non gli succedeva da anni di essere così agitato. Ci vuole una soluzione e ci vuole subito.
Per fortuna Bob è stato abituato sin da piccolo a riportare l’ordine nelle cose, sin da quando le sue sorelle giocavano al dottore e a lui veniva dato il ruolo dell’inserviente che puliva la sala operatoria. Quindi se la cava al meglio anche in questo caso, trova subito la soluzione migliore per riportare l’equilibrio. Il suo occhio sinistro smette di ballare.
Bob va in garage, prende un metro e una sedia. Si avvicina all’albero di sinistra, dove pende immobile Jean-Paul e misura la corda che parte dal suo collo fino al ramo più basso dell’albero:
1, 37 metri. “Che misura insulsa” pensa. Per facilitarsi il lavoro lascia lì la sedia, ma la spinge all’indietro, così che lo schienale si appoggi sull’erba bagnata dalla rugiada del mattino.
Poi torna al garage e ne esce con un’altra sedia, ovviamente identica alla prima. Apre il portoncino di casa e si assicura di spegnere la luce, non c’è nulla che lo infastidisca più della luce accesa quando ormai è l’alba. E l’alba è già arrivata. Manca poco a che passino i primi lavoratori e che i bambini del vicinato si sveglino, ma è ancora in tempo. Bob si avvicina all’albero alla sua destra, con un occhio a Jean-Paul che, per fortuna, sta sempre lì immobile sul ramo più basso dell’albero alla sua sinistra. Mette la sedia sotto il gelso, si lega la corda intorno al collo. Poi la lega al ramo, stando attento che misuri 1,37 metri. “Che misura insulsa” pensa di nuovo.
Quello è il suo ultimo pensiero prima di dare con i piedi un colpetto alla sedia su cui si appoggia. La sedia scivola all’indietro sul prato coperto di rugiada.

 

 

Racconto pubblicato nel numero 2 della rivista Con.tempo, titolo del n.2: “Simmetrie”
Immagine: Cosmin Bumbut, Romania, tra i vincitori del 2015 Sony World Photography Awards